Altroquando per The Carousel: Parole senza musica, Philip Glass e il suono del Novecento

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E dopo “Opera on the Beach”, uscito ormai più di 25 anni fa, è tempo per Philip Glass di ritornare alla scrittura con questo “Parole senza Musica”, autobiografia appena pubblicata in Italia da Il Saggiatore.

Non avrebbe avuto senso il contrario, per questo “Parole senza Musica” si presenta subito come uno scritto differente dal suo precedente lavoro letterario: come recita il titolo, il primo lavoro aveva come protagonista la sua musica e il suo personalissimo modo di fare musica; in questa nuova autobiografia invece è la sua vita l’argomento principale: non che di musica non si parli, anzi, ma sembra che Glass abbia proprio voluto con questo libro rendere evidente come la sua musica e la sua vita siano del tutto interconnesse. Il suo modo di fare musica, insomma, è come il suo stile di vita e le esperienze vissute dettano il fine compositivo di Glass.

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Ciò che emerge dal testo fin dalle prime pagine è l’assoluta sicurezza e determinazione che Glass ha sempre avuto sul fare la sua musica e sul creare una nuova sintassi musicale che non avesse nulla a che fare con tutto ciò che lo circondava. Non è arrogante, non è presuntuoso, ma va dritto verso gli obiettivi che si è prefissato, nonostante le critiche negative che gli sono piombate addosso nei primi anni soprattutto da parte della critica musicale, e i parterre semi-vuoti delle sue prime esibizioni.
Le filosofie e le discipline orientali, di cui è sempre stato uno studioso e un profondo conoscitore, hanno influenzato costantemente la sua musica e il suo essere, e probabilmente lo hanno aiutato a superare le critiche e a continuare a testa bassa il suo lavoro di costruzione di una nuova grammatica musicale, fino a proporla in forme musicali tipiche della cultura occidentale: sinfonie, quartetti d’archi, lirica e colonne sonore teatrali e cinematografiche. E’ lì che in realtà è iniziata l’inarrestabile ascesa di Glass e di tutto ciò che rappresenta per le varie forme di musica che ascoltiamo oggi.
Capostipite del minimalismo musicale, la sua scrittura risulta come il suo suono: asciutta ed essenziale, ma mai banale o noiosa.

Non ci sono molti accenni alla sua vita personale, tranne quando parla brevemente della prematura scomparsa della moglie, ma per il resto tocca tutte le tappe fondamentali della sua carriera ed anche delle molte collaborazioni con artisti di altri campi che hanno portato Glass ad essere quel musicista universale che è: dall’elettronica di Aphex Twin alla poesia beat di Allen Ginsberg, fino a Gandhi e Walt Disney (leggere per credere!), passando per la musica indiana di Ravi Shankar e quella africana di Foday Musa Suso, ma sempre con la stessa idea in testa: fondere la scoperta di nuovi mondi con la tradizione musicale occidentale.

Parole senza musica | La mia vita, Philip Glass | Il saggiatore | 401 pagine | €27,00