Credo che se si pensa ad un musicista rappresentativo degli Stati Uniti, tra i primi nomi che vengono in mente ci sia Bruce Springsteen e che la risposta possa essere la stessa per almeno tre generazioni.
Non staremo qui a parlare della grandezza del Boss: la sua fama parla da sola.
Qui discuteremo piuttosto di ciò che Springsteen rappresenta: l’America stessa!
O meglio: lo faremo ma analizzando l’ultima fatica di Alessandro Portelli, uno che di USA, di Springsteen e di società a stelle e strisce se ne intende, eccome.
E ritornando alla rappresentatività, ho sempre avuto in testa questa equazione: Springsteen sta all’America come De Andrè sta all’Italia.
Si, va bene, lo stile musicale non c’entra assolutamente nulla, ma la poetica, o meglio l’oggetto della loro poetica invece si.

Entrambi si sono fatti cantori dei più deboli, dei carcerati, dei diseredati, dei poveracci, cantandone le loro disgrazie, ma anche le loro esistenze intrise di pura umanità. De Andrè è un po’ uno Springsteen ma senza il sogno americano, croce e delizia delle storie del Boss, fine ma anche inafferrabile chimera di una società così contraddittoria quale quella americana è.

Su Springsteen è stato scritto di tutto, è per questo che il libro di Portelli si colloca comunque come una novità nel panorama letterario Springsteeniano. Portelli legge il Boss dal punto di vista delle sue canzoni, immergendosi nei soggetti dei suoi testi dal punto di vista del proletariato sociale.
E’ un libro che parla di Springsteen, sicuramente, ma è anche un saggio sul lavoro e sulla precarietà dello stesso, un libro il cui messaggio sembra voler riportare il rock alla sua origine: musica di liberazione, musica di rivolta sociale, musica che può elevare gli ultimi ad un livello più consono alla dignità umana.
Lo stesso lavoro da rock star di Springsteen non viene tralasciato: proveniente dal sottoproletariato urbano, da una famiglia tipica della working class, sempre in bilico economicamente, Springsteen si è ritrovato catapultato nel Jet set internazionale per decenni, ben consapevole di ricevere delle quantità di denaro incalcolabili per strimpellare una chitarra e cantare canzonette.
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Il testo è di lettura davvero piacevole, anche se non mancano numerose note didascaliche a ricordarci che in fondo stiamo leggendo un saggio di interesse universitario, scritto da un professore di Letteratura angloamericana della Sapienza. Ma costui è anche un grande fan di Springsteen e la sua passione si percepisce costantemente tra le pagine di Badlands, un lavoro che oggi riesce a farsi notare nonostante le mille pubblicazioni sul Boss.

 

Badlands. Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni | Alessandro Portelli | Donzelli editore | 214 pagine | €25,00