Più che una recensione, questo pezzo vuole essere un sentito omaggio a due mostri sacri del Rock scomparsi negli ultimi giorni: Lemmy dei Motorhead e David Bowie.

Il 28 dicembre scorso moriva Ian Fraser Kilmister in arte Lemmy; il 10 gennaio è scomparso invece il Duca bianco, David Bowie: due personalità lontanissime l’una dall’altra, ma fondamentali per le tracce che hanno lasciato e lasceranno per sempre nella storia della musica contemporanea.

Lemmy incarnava l’emblema del sex, drugs and rock’n’roll: lo stereotipo sembrava essere stato coniato apposta per lui. Una vita estrema la sua, esagerata, dalle origini del mito (quando da giovane roadie procacciava le droghe per Jimi Hendrix) alla morte improvvisa a settant’anni per un male così aggressivo da portarselo via nell’arco di un paio di giorni.
Un rocker nudo e crudo se vogliamo, che non ha mai permesso riletture in chiave orchestrale, o che comunque snaturassero le sue partiture dal sound estremo e graffiante.
Per ricordarlo o per conoscere (tardivamente) le peripezie del Nazichick Lemmy (ebbene si, anche questa definizione gli è stata cucita addosso per via della passione per le divise naziste che spesso indossava in pubblico, pura fascinazione estetica e non corrispondenza politica) consiglio a tutti il libro che uscì per la Tsunami nel 2012, “La storia dei Motorhead”, scritto da uno dei maggiori critici musicali degli ultimi anni, Joel McIver. Il testo ripercorre la storia della band dagli esordi (dei Motorhead se ne parla almeno dal 1975…) agli ultimi tempi, e tutto il libro è infarcito di succulenti aneddoti e citazioni di Lemmy sul mondo della musica – “gli Stones? Una band di secondo ordine rispetto ai Beatles. Sul palco sono sempre stati piuttosto scadenti” –  e sulla sua vita eccessiva, come quando racconta dei passaggi di confezionamento di francobolli di LSD fatti con le sue manine.
16 pagine fitte di foto condiscono le 250 pagine di questo libro: volete sapere qualcosa sui Motorhead? Qui la trovate.

E veniamo a David Bowie, l’altra faccia del rock rispetto ai Motorhead.
Certo anche Bowie non ha affatto avuto una vita di stampo monacale: abusi di ogni genere hanno accompagnato la carriera del grande Ziggy, ma lui rispetto a Lemmy rappresenta la classe, la costante sperimentazione (musicale, sessuale, estetica ed identitaria) e la poliedricità (da non dimenticare la sua carriera d’attore, che raggiunse l’apice con “L’uomo che cadde sulla terra”). Il giorno del suo sessantanovesimo compleanno il Duca bianco ci ha regalato l’ultima sua perla, Blackstar, un album ancora una volta di ricerca, dal mood inaspettato e tutt’altro che mainstream; nemmeno il tempo di finire di assaporarlo come meriterebbe che arriva la notizia dell’inattesa morte (almeno per chi scrive): è come se avesse voluto sorprenderci anche nell’estremo commiato. Per quanto riguarda Bowie la letteratura che lo riguarda è decisamente più ampia rispetto a quella dei Motorhead. Il libro che consiglio si intitola”David Bowie E‘ “, proprio perché testo lontano dalle solite biografie, ma che allo stesso tempo riesce a descrivere al meglio le mille sfaccettature dell’artista inglese.
Uscito nel 2013 come catalogo della mostra Monster a lui dedicata a Londra, non è altro che Bowie che si fa oggetto, ovvero l’esposizione di centinaia di cose, molte delle quali provenienti dalla sua collezione privata. Vestiti, disegni, foto, video, registratori vintage, chitarre, pupazzi…
A sfogliare le pagine non sembra si tratti di oggetti appartenenti ad una sola persona: Bowie ha attraversato stili, mode, linguaggi, creandone spesso egli stesso di nuovi, e nel catalogo sono presenti tutti i volti del camaleonte, un artista al quale ognuno di noi deve qualcosa.

Mese triste per tutti gli appassionati di musica, ma per la cultura in generale direi.
Dimenticheremo anche queste perdite, finché non ci capiterà per caso di risentire un riff con sopra la voce graffiante di Lemmy e diremo a noi stessi “però, alla fine i Motorhead non erano affatto male”, o ci fermeremo per l’ennesima volta immobili al rintocco delle note di Space Oddity, ad ascoltare nuovamente la torre di controllo che chiama Major Tom.


La storia dei Motorhead | Joel McIver | Tsunami Edizioni | 256 pagine | €20,00

David Bowie E’ | Victoria Broackes e Geoffrey Marsh (cur.) |  Rizzoli | 320 pagine | €40,00